Performance “Ildisagiodell’ostrica” a Soripiùsolidale 2026

Intervista di Gianmaria Lafcadio a Patrizia Biaghetti e Ilaria Olcese.



Ventitré anni di direzione artistica di Soripiùsolidale ma quest’anno è cambiato qualche cosa.
Sul palco sono apparse forme di spettacolo inconsuete per il contesto.

Patrizia – Si è vero, già lo scorso anno avevamo inserito la performance, ma quest’anno è stata più strutturata. Credo che questo tipo di espressione possa essere un buon sistema per veicolare un messaggio, colpendo con la sua inusualità. Volevamo avvicinarci al pubblico con argomenti attuali, visti attraverso il nostro sentire. Così sono nate queste performance.

Per l’ipocrisia avete scelto il matrimonio…

Ilaria – Sì, perché è una realtà che mi è capitato di osservare da vicino nel mondo reale. Basta guardarsi intorno per accorgersi di quanto questo fenomeno ci circondi. Il matrimonio diventa troppo spesso una risposta alla paura di restare soli o una scorciatoia per allontanarsi da situazioni personali ormai insostenibili, anziché la celebrazione di un amore profondo e di una reale condivisione.

L’evento in sé ha perso la sua natura più autentica, quella dell’unione sincera tra due persone, per trasformarsi in un vero e proprio show: un copione patinato con una scaletta rigida da seguire a beneficio del pubblico.

Abbiamo scelto questo simbolo perché per noi rappresenta il picco dell’ipocrisia sociale. I nostri abiti, con la loro lucentezza, nascono proprio per rappresentare quei matrimoni sfarzosi pensati non solo per abbagliare gli occhi degli invitati, ma per ingannare gli sposi stessi: un pretesto per dimenticare per un giorno la vita reale e vivere una favola di facciata. Una scenografia spettacolare creata ad arte per mascherare, dietro tanta ostentazione, la fragilità e l’assenza di un legame autentico.

È un lavoro nato da una forte sinergia: la performance è stata realizzata grazie al contributo fondamentale di Patrizia Biaghetti e Giuseppe Zonza, e si arricchisce del testo scritto appositamente da Dario Olcese per l’occasione, intitolato proprio “Il matrimonio dell’apparenza”, che dà voce a tutta la nostra riflessione.

Sorisolidale 2026

Poi si passa a una strana doppia storia d’amore.

Patrizia – Questa è stata per me la performance più controversa, una storia vissuta in prima persona in un lungo lasso di tempo.

Una storia vera svoltasi in questo luogo dove è stata poi realizzata come atto artistico.

Davanti a questo mare e con questi colori.

Quando avevo 18 anni incontrai, proprio qui su questo muretto che ci separa dalla spiaggia, un ragazzo molto speciale e avemmo un incontro di anime, lui poi si dileguò dietro alla musica ma gli devo l’avermi fatto conoscere quello che è stato l’amore della mia vita, Augusto

La performance “Lo sgabello” è dedicata a questi due ragazzi che ho amato.

Lucio nel 1974 scrisse per me una poesia che non mi diede. Compositore importante, scriveva testi e musica per grandi artisti Ornella Vanoni e Mina.

Cinquant’anni dopo mi spedì quella poesia, la musicò e divenne la canzone che avete ascoltato stasera.

A quel punto io progettai la performance che prevedeva un racconto, la sua canzone, un altro racconto dedicato ad Augusto il compagno della mia vita e un brano scritto e musicato da lui.

Lucio mi chiese di aggiungere in inizio alla performance un intro scritto da lui che un po’ mi imbarazzò ma allo stesso tempo mi inorgoglì.

I miei due scritti sono il filo rosso tra una canzone “Quelli come me” di Lucio Fois e “Fradicio” di Augusto Forin, qui io racconto i ventitré metri che separano un amore che finisce da uno che sta nascendo.

Tutto qui in questo spazio vicino al mare, complice uno sgabello o per meglio dire “galeotto fu lo sgabello”.

Ho affrontato il palco con un po’ di difficoltà e tanta commozione e credo il pubblico se ne sia accorto.

A metà della serata poi si è scatenato il ritmo.

Patrizia – Già, una performance nata per gioco ma d’altronde il gioco è sempre l’inizio, è la crescita, come per i bambini gioco e condivisione. Dopo aver progettato tutto, (dimenticavo di dire che la musica era prodotta da strumenti da cucina, pentole, coperchi, cucchiai, mestoli, una schiumarola col suono del triangolo, padelle e un coloratissimo barattolo di pelati), ho scoperto che nel medioevo, produrre questi suoni era un modo di combattere le ingiustizie. Quindi noi abbiamo alzato un muro sonoro contro, l’omofobia, l’odio razziale, la guerra, la politica del denaro la misandria, la misoginia e la distruzione del pianeta, il tutto introdotto da un racconto di Calvino e uno di Lussu e una divagazione sul rumore come musica.

La partecipazione di tanti musicisti ci ha procurata una grossa soddisfazione.

Giandeibrughi
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